LA STORIA

TEATRO SOCIALE, DAL 1891 FARO CULTURALE DI BUSTO ARSIZIO
È una domenica di inizio autunno, il 27 settembre 1891, quando il sipario del teatro Sociale di Busto Arsizio si alza per la sua prima volta. Nella platea e tra i palchetti, ormai ricordo di un antico passato, si diffondono le note del melodramma «La forza del destino», su musica di Giuseppe Verdi e con libretto di Francesco Maria Piave.
A fare gli onori di casa è l’ingegner Giuseppe Introini, primo presidente della «Società anonima del teatro Sociale», istituzione con la quale prende ufficialmente vita il «sogno» del cavalier Giovanni Candiani, l’ideatore della nota «tela Olona», morto il 3 maggio 1888, prima di poter portare a termine il progetto di fondare «un’opera che elevasse lo spirito e la cultura della sua Città».  
A dare forma al desiderio del ricco imprenditore lombardo, i cui tessuti prodotti negli opifici di Busto Arsizio e Marnate venivano esportati anche in Medio Oriente, sono la figlia, la contessa Carolina Candiani in Durini, e il genero, il conte Giulio Durini, insieme con una ventina di lungimiranti possidenti, commercianti e industriali del territorio. Candiani, Crespi, Gambero, Introini, Marinoni, Milani, Pozzi, Provasoli e Tosi sono i cognomi che appaiono vergati sull’atto costitutivo della «Società anonima per azioni per la costruzione, allestimento ed esercizio di un teatro sociale in Busto Arsizio», firmato il 21 agosto 1890 alla presenza del notaio Carlo Prina.

Da Sfondrini a Gardella, la «piccola Scala» di Busto Arsizio e i suoi progettisti
Il progetto della sala, edificato sui terreni allora detti «La Mella», è affidato all’ingegnere e architetto milanese Achille Sfondrini, intimo amico di Camillo e Arrigo Boito e conoscente di noti editori musicali come le famiglie Ricordi e Sonzogno. La figura di questo progettista, purtroppo ancora oggi poco studiata, è legata alla costruzione e alla riqualificazione di un’altra dozzina di importanti teatri italiani del secondo Ottocento, tra i quali il «Carcano» di Milano (1872), il «Flavio Vespasiano» di Rieti (1883) e il «Costanzi» di Roma (1880), l’attuale Teatro dell’Opera.
«Somma valentia», «splendido e allegro vestibolo», «fatto secondo le esigenze dell’arte moderna» sono solo alcune delle espressioni che la «Cronaca Prealpina» utilizza, nella sua edizione del 28 settembre 1891, per definire il progetto sfondriniano in piazza Nuova (l’attuale piazza Plebiscito), a breve distanza dall’appena inaugurata stazione ferroviaria della linea Novara-Seregno.
La lode non deve essere frutto di un fugace entusiasmo da inaugurazione se cinque anni dopo la sua edificazione, il 31 dicembre 1896, lo stabile figura come rappresentativo di Busto Arsizio (insieme con l’attuale sede comunale) nel giornale «Le cento città d’Italia», supplemento mensile illustrato del «Secolo» di Milano.
La tipologia edilizio-architettonica del teatro Sociale ricalca, in origine, il modello scaligero, ideato dall’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini sullo schema delle costruzioni teatrali dell’antica Grecia e dell’Italia rinascimentale. Lo storico edificio bustese era, infatti, composto internamente da un avancorpo a servizi con atrio, ridotto, uffici, depositi e salone delle feste, distinto come volume edilizio dall’uovo della sala organizzativa, con platea e due ordini di palchetti, e dal corpo scenico, con camerini e vani per le attrezzature. Mentre la struttura esterna presentava una forma semplice a due ordini, di gusto neoclassico, con porte e finestre ad archi a tutto sesto e una cupola a tamburo con aperture circolari.
Attualmente rimane ben poco di questo progetto originario, a causa delle numerose e articolate ristrutturazioni che si sono succedute dagli anni Trenta ai giorni nostri. In realtà, i primi interventi di ampliamento dello stabile datano già all’ultimo scorcio dell’Ottocento. D’altronde, lo stesso articolo della «Cronaca Prealpina» del 28 settembre 1891 ricorda che, la sera dell’inaugurazione, il teatro, costruito in poco meno di un anno, «non può dirsi completamente finito, mancando ancora parecchie cosucce».
Difficile trovare informazioni sulle prime vicende edilizio-architettoniche della sala. Due sono gli interventi che assurgono all’onore delle cronache. Nel 1898 -racconta l’architetto Giulia Gambassi Pensa, nel volume «Del teatro. 150 anni di vita teatrale a Busto Arsizio»- un professionista locale, l’ingegnere F. Prandoni, progetta il rifacimento del fronte principale, aggiungendo il corpo sopra l’ingresso. Nel 1924 -riporta il professor Guido Mario Poggi nello stesso volume, pubblicato per iniziativa del liceo classico «Daniele Crespi» di Busto Arsizio nel 1991- l’ingegner Carlo Wlassics disegna una serie di ambienti di servizio da annettere alla parte riservata al palcoscenico.
Il primo consistente intervento di «rammodernamento morfologico» del teatro risale, invece, al 1935 ed è firmato dai giovani progettisti Antonio Ferrario e Ignazio Gardella. Il loro lavoro, considerato meritevole da Edoardo Persico di una segnalazione sulla rivista internazionale «Casabella» (una vera e propria Bibbia per gli specialisti del settore), si propone di aumentare la capacità della platea e di ristrutturare la vecchia sala teatrale secondo il gusto dechirichiano in auge a quei tempi.
 Le opere di restauro, storicamente attente e colte, portano così all’eliminazione della parte centrale della prima fila dei palchi, all’arretramento del boccascena e a un nuovo impianto coloristico, giocato sulle tinte del rosa (la cupola), del rosso pompeiano (i palchi), del bruno (le tende) e del bianco (i parapetti). L’atmosfera onirica e sognante creata da questi accostamenti cromatici viene resa ancor più suggestiva dalla presenza di affreschi raffiguranti figure allegoriche: donne e angeli danzanti, tra fiori, campane, note, chiavi di violino e pentagrammi. Della volta dipinta di rosa, probabilmente già realizzata ai tempi di Achille Sfondrini, Ignazio Gardella ritaglia solo poche figure, alle quali lascia «una libertà che diviene -per usare le parole di Guido Maria Poggi- semantica alla fantasia e al sogno».
Questi dipinti (ancora oggi visibili, in frammento, sotto la controsoffittatura della sala), così come gran parte del disegno progettuale sfondriniano, scompaiono con il restauro realizzato nel 1955 dall’ingegner Mario Cavallè e ritoccato, negli anni Settanta, dagli architetti Denna, Valentini e Lampugnani per «ragioni di estetica e di stabilità», secondo quanto riporta il verbale di assemblea della «Società per azioni del teatro Sociale», tenutasi l’8 marzo 1972.
Il lavoro, compiuto per adattare la struttura alle necessità della fiorente industria della celluloide e disattento alla storia del luogo, stravolge, invece, ogni preesistenza, lasciando intatti i soli atri, i locali di servizio e il retrostante palcoscenico. L’architetto e ingegnere milanese riprende, infatti, totalmente il tema del Sociale, costruendo una balconata al posto dei palchetti, inserendo una cabina di proiezione nell’antico salone delle feste e ricoprendo la volta affrescata per migliorare l’acustica della sala. La «veste esterna» -per usare le parole di Giuseppe Magini nel testo scritto per il centenario di attività della struttura- finisce per «non avere più alcuna rispondenza interna (per esempio il grosso corpo cilindrico con cupola è assolutamente senza riscontro nella sala interna)».
Così, negli anni Cinquanta, mentre al teatro alla Scala di Milano si litiga per Maria Callas e Renata Tebaldi, per Giuseppe Di Stefano e Mario Del Monaco, la «piccola Scala» di Busto Arsizio, costruita dalla borghesia locale per soddisfare la propria passione melomane, abbandona note, pentagrammi e chiavi di violino e guarda al nuovo business che arriva da Oltreoceano. Il teatro Sociale diventa così, a tutti gli effetti e nell’arco di una decina d’anni, una sala cinematografica come tante altre, non senza aver prima attraversato una parentesi della sua storia, della quale esistono molti aneddoti e poche fonti, quella che vuole gli spazi dell’attuale ridotto utilizzati, subito dopo il secondo conflitto bellico, come «casa da gioco e trattenimenti privati», mentre in «sala grande» si tengono spettacoli di gran varietà, anche con Macario e le sue «donnine».

Da Tommaso Marinetti a Dario Fo, grandi artisti in scena
Il restauro di Mario Cavallè sancisce, dunque, la fine della gloriosa vita musicale e teatrale della storico edificio bustese, che, in oltre sessant’anni di attività, aveva visto calcare le sue scene numerosi spettacoli del «grande circuito nazionale» e importanti attori e intellettuali italiani, tra i quali Ermete Novelli, Angelo Musco, Tommaso Marinetti, Maria Melato, Ermete Zacconi, Cesco Baseggio, Ruggero Ruggeri, Ernesto Calindri, Paola Borboni, Emma Gramatica, Raffaele Viviani, Vittorio De Sica, Anna Magnani e Renato Rascel.
Va anche ricordato che, in questi decenni, la programmazione della sala bustese non conosce grandi momenti di interruzione, se non in occasione della messa in liquidazione della prima società di gestione, nel 1911, e durante i due conflitti bellici: nel biennio 1917-1918 si registra la chiusura totale dell’attività; dal marzo 1940 al termine della guerra, la struttura ospita pochi spettacoli, per «la mancanza di un rifugio anti-aereo» -si legge nel verbale redatto a seguito della riunione consiliare della «Società anonima del teatro Sociale», tenutasi il 24 marzo 1941- «che limita fortemente l’agibilità del teatro» e per la «luminosità della cupola», dotata di lanterna (un simile rilievo trova spazio nel verbale consiliare dell’11 novembre 1940 e sulla «Cronaca Prealpina» dell’11 ottobre dello stesso anno). È facile ipotizzare che, in questo frangente, l’attività della sala venga ridotta, ma non cessata, per i motivi evidenziati nel verbale consiliare del 23 settembre 1938, alla vigilia della Seconda guerra mondiale: «Il signor segretario politico […] rende noto che le superiori gerarchie, considerato che nella provincia di Varese è agibile soltanto il Teatro di Busto Arsizio, intendono che le pause di chiusura del teatro stesso siano ridotte al minimo onde il pubblico possa più a lungo usufruire di questo nobile mezzo di educazione, di istruzione e di elevazione morale ed intellettuale».
A caratterizzare il cartellone della sala, in quella che viene considerata la sua «epoca d’oro», è la musica lirica. Dal 1891 fino agli anni Cinquanta, il teatro ospita, infatti, alcuni tra i titoli più in voga del repertorio, dal «Don Pasquale» di Gaetano Donizetti a «La Boheme» di Giacomo Puccini, da «Il barbiere di Siviglia» di Gioacchino Rossini alla «Carmen» di Georges Bizet, senza dimenticare «Cavalleria rusticana» di Pietro Mascagni, «Norma» di Vincenzo Bellini e «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo. Tra gli interpreti di cui le cronache locali serbano memoria ci sono Emma Carelli, caposcuola dei soprani veristi e compagna di palcoscenico dei tenori Francesco Tamagno ed Enrico Caruso, il baritono Carlo Tagliabue, grande specialista del teatro verdiano, la soprano Toti Dal Monte, celebrata per la sua bravura persino da una poesia di Andrea Zanzotto, un’esordiente Lucy Kelston e il fagnanese Renzo Pigni, entrambi destinati a importanti successi su prestigiosi palcoscenici internazionali.
 Per ritornare a una vera e propria programmazione teatrale bisogna attendere gli anni Settanta, quando una cooperativa locale, «Gli Atecnici» di Delia Cajelli, si propone di riportare la struttura alle sue antiche origini. Da allora lo stabile di piazza Plebiscito accoglie una scuola di recitazione per attori professionisti, denominata «Il metodo», e riprende a ospitare regolarmente stagioni di prosa e musica, che vedono l’allestimento di produzioni interne (come «Il conte di Carmagnola» di Alessandro Manzoni, con Giacomo Poretti in un insolito ruolo drammatico) e la partecipazione di artisti insigni quali Franco Parenti, Beppe e Concetta Barra, Marco Columbro, Uto Ughi e Dario Fo.
Il premio Nobel porta a Busto Arsizio l’anteprima nazionale dello spettacolo «Marino è libero! Marino è innocente!» e arriva in città, insieme con la moglie Franca Rame e grazie all’interessamento dell’attrice Marina De Juli, il 6 marzo 1998, con l’intento di salvaguardare la prestigiosa storia della sala bustese, che -si legge in numerosi giornali del tempo, compresa «La Repubblica» dell’8 marzo 1998- qualche speculatore edilizio sembra intenzionato a trasformare in un supermercato.
Nello stesso periodo, alcune associazioni della città (il «Club 33», gli «Amici del canto Giuseppe Verdi», l’Università popolare per la terza età e gli «Amici della danza» di Maria Luisa Milani, tra gli altri) fondano l’associazione «Amici del teatro Sociale» e si mobilitano per una significativa iniziativa di azionariato popolare che faccia diventare la sala «bene della città». Per un anno intero, fino alla vendita dello stabile a privati, questa realtà si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza che la struttura ha avuto nella storia non solo teatrale, ma anche civile della città. Un’importanza, questa, comprovata da alcuni fatti: all’interno della «sala grande» si tiene, il 29 marzo 1908, un incontro con il milanese Celestino Usuelli, primo trasvolatore delle Alpi con il pallone aerostatico «Regina Margherita», e hanno luogo numerosi incontri pugilistici con Bruno Bisterzo, oltre a una cerimonia commemorativa per la morte del premio Nobel Luigi Pirandello (avvenuta il 24 gennaio 1937, poco più di un mese dopo la morte dello scrittore siciliano).

Dal restyling della «Sala grande» al recupero del ridotto, gli ultimi restauri
Nel 1999 una cordata di imprenditori locali con a capo Delia Cajelli, direttore artistico e anima dell’attività culturale della sala dagli anni Ottanta fino alla sua morte, avvenuta il 17 aprile 2015, acquisisce il teatro Sociale, proponendosi di restituire piena funzionalità alla vecchia struttura, che è così fatta oggetto di una nuova opera di restauro.
Artefice dei lavori di ristrutturazione, in parte terminati nella primavera del 2002, è l’architetto bustese Daniele Geltrudi. Il suo progetto di restyling dà luogo -si legge nella relazione tecnica- a «un moderno polo dello spettacolo e della cultura, articolato su più livelli»: la sala teatrale con una capienza di 639 posti (406 in platea e 233 in galleria), l’atrio e, dall'ottobre 2008, il ridotto al primo piano, intitolato alla figura di Luigi Pirandello (un omaggio, questo, alla lunga collaborazione che il teatro Sociale ha avuto con il professor Enzo Lauretta e con il Centro nazionale studi pirandelliani di Agrigento).
 Il linguaggio architettonico usato è contemporaneo, ma tiene in considerazione anche le scelte cromatiche e strutturali dei precedenti restauratori. Il rosso vivo delle poltrone e del sipario e la luminosa colorazione unitaria dell’ingresso (su cui campeggia una monumentale scritta tratta dal «Questa sera si recita a soggetto» di Luigi Pirandello) si rifanno, infatti, agli anni Cinquanta. Mentre il ridotto si configura come un piccolo gioiello architettonico, dagli antichi stucchi in gesso e dalle ampie e luminose vetrate a stella, dotato di una suggestiva volta a schifo dai toni azzurro cielo, che guarda al lavoro di Antonio Ferrario e Ignazio Gardella. L’intervento conservativo, che ha dato vita a un «teatrino a platea mobile», si è proposto di creare un armonico gioco tra antico e moderno, con l'inserimento, al centro della sala principale, di una skenè nera, ovvero di uno spazio scenico a forma di U, delimitato da tre pareti, che si staglia da un muro grigio, in cemento vivo.

Produzione e formazione: due parole chiave della direzione artistica di Delia Cajelli
Inizia così, la sera dell’8 marzo 2002 con la rappresentazione dello spettacolo «Nel mezzo del cammin di nostra vita» di Delia Cajelli, adattamento teatrale della «Divina Commedia» dantesca, un nuovo corso per il teatro Sociale. Da allora la sala si qualifica come «teatro di produzione e di formazione» e, accanto a corsi di educazione allo spettacolo per adulti e a lezioni di recitazione per bambini e adolescenti, ospita pièce del circuito nazionale, prime visioni cinematografiche, convegni di studi, presentazioni di libri, appuntamenti con la musica e serate mondane e culturali come quelle del BAFF - Busto Arsizio Film Festival.
Nel 2004 il Sociale diventa anche sede dell’associazione culturale «Educarte», realtà nata per iniziativa di Delia Cajelli, che produce spettacoli teatrali e che cura progetti di educazione alla drammaturgia e alla prassi scenica, tra i quali «Officina della creatività - Cantiere per la formazione e per lo sviluppo della creatività artistica della persona», con i corsi «Attori in erba», «Chi è di scena? Il pubblico» e «Il metodo».
 In questi anni ritorna sul palcoscenico bustese anche la grande tradizione della musica lirica grazie al coinvolgimento di esperti del settore, tra i quali si ricordano il compositore Andrea Arnaboldi, il maestro Pierangelo Gelmini, il tenore Antonio Signorello, il regista Mario Riccardo Migliara e Angelo Pinciroli, prima tromba e tromba solista dell’orchestra della Fondazione «Arena di Verona».

Dal censimento «I luoghi del cuore» al cambio di proprietà: gli avvenimenti recenti
Nel 2011 la sala bustese partecipa alla sesta edizione del censimento «I luoghi del cuore», promosso dal Fai - Fondo per l'ambiente italiano al  fine di far conoscere e proteggere siti importanti non solo per la geografia e la storia del nostro Paese, ma anche per la memoria e la sfera emotiva dei suoi abitanti. L’edificio si attesta al 134° posto della classifica generale con 904 segnalazioni, risultando la sala teatrale italiana maggiormente votata e il bene più amato della provincia di Varese. Nell’ultima edizione del censimento, tenutasi nel 2014, lo stabile si è, invece, collocato al 212° posto con 1448 voti.
 Il dicembre 2013 segna un importante passaggio nella storia della sala: in vista dello «switch off» della pellicola, il teatro Sociale si dota di un nuovo sistema di proiezione cinematografica in digitale, che permette di proporre anche eventi in streaming,: concerti, conferenze, visite guidate a grandi mostre, opere liriche e balletti in diretta, via parabola e proiettore digitale, dai più importanti teatri del mondo.
Data, invece, all’estate 2014 il passaggio del 90% delle quote societarie del teatro alla Fondazione comunitaria del Varesotto onlus; contestualmente la sala bustese si trasforma in impresa sociale.
Bibliografia
AA.VV., «Del teatro. 150 anni di vita teatrale a Busto Arsizio», edizioni Amici del liceo – Associazione degli ex alunni del liceo «Daniele Crespi» di Busto Arsizio, Busto Arsizio 1991;
Annamaria Sigalotti, «Teatro Sociale, da centoventi anni faro culturale di Busto Arsizio» in «Il palcoscenico»,  associazione culturale «Educarte», settembre 2011, pp.  4-12;
Annamaria Sigalotti, «Il Teatro di Busto Arsizio nell’archivio Durini» in «Il palcoscenico», associazione culturale «Educarte», settembre 2011, pp. 13-15.
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