Il pizzico del diavolo

di Pier Maria Rosso di San Secondo, Da La Fuga

DATA

Domenica 29 Ottobre 2021

Categoria

Prosa

DATA

Domenica 29 Ottobre 2021

Categoria

Prosa

Il pizzico del diavolo

di Pier Maria Rosso di San Secondo, Da La Fuga

Vincitore del Premio di Cultura «Pier Maria Rosso di San Secondo»

Progetto ed adattamento: Alberto Oliva, Mino Manni

Regia: Alberto Oliva

Con: Mino Manni

Consulenza artistica: Andrea Bisicchia

 L’adattamento del romanzo dà vita ad un monologo teatrale impostato come un magistrale flusso di coscienza del personaggio immerso in una scenografia evocativa memore dell’immaginario espressionista che permea i primi del Novecento.

Lo spettacolo che animerà il secondo appuntamento delle celebrazioni per il 130simo del Teatro Sociale con un’anteprima nazionale, è il vincitore del premio di cultura «Pier Maria Rosso di San Secondo», per il quale sarà premiato il 26 novembre 2021 a Caltanissetta, dopo aver dunque debuttato a Busto Arsizio.

Nella sua magnifica introduzione al romanzo più celebre di Rosso di San Secondo, Luigi Pirandello definisce il viaggio del protagonista come “il disperato esperimento di un’illusione”.

Questa espressione racconta in pieno lo spirito in cui è nato l’adattamento del romanzo, costruito come un monologo teatrale che abbia le sembianze di un flusso di coscienza da recitare tutto d’un fiato; Mino Manni, attore di grande esperienza, già interprete di diversi personaggi maledetti di fine Ottocento e inizio Novecento, veste stavolta i panni del viaggiatore esistenziale di Rosso di San Secondo, in un percorso poco incentrato sul viaggio geografico da Sud a Nord ma incredibilmente focalizzato sul percorso interiore e psicanalitico dal dionisiaco all’apollineo, e ritorno.

Anzi, forse un ritorno non c’è, siamo di fronte ad uno sprofondamento negli abissi della coscienza, macchiata dal senso di colpa per una relazione irrisolta con la bella, virginale e fantasmatica presenza di Betty van Rijin, consumata da un amore impossibile.

La sua agonia, che la conduce ad una prematura morte, è la scintilla che, nel monologo, dà il via a tutto il viaggio del protagonista.

«Dove vado? Perché esco?»: sono queste le prime parole che Oliva e Manni hanno scelto di far pronunciare al protagonista, che appare da solo sulla scena.

Si aggira alla ricerca di un senso in uno spazio scenico che è la proiezione del suo vuoto interiore: uno spazio dell’anima deformato espressionisticamente, in cui gli spettatori possono entrare per guardare con gli occhi del protagonista.

Il linguaggio utilizzato da Rosso di San Secondo, potentemente espressionista, rende l’opera incredibilmente al passo con i suoi tempi, presentata in una chiave di deformazione grottesca della realtà ottenuta tramite la malattia dell’anima.

Ed ecco che, con il protagonista che si aggira da solo per la strada deserta di notte, i due adattatori costruiscono quel che sarà un vero e proprio Fil Rouge tra il romanzo e la contemporaneità: il ritorno a teatro, dopo il lockdown e la chiusura prolungata delle sale, sarà permeato dallo stesso senso di vuoto e dalla stessa sensazione di aver superato l’apocalisse che ritroviamo anche in questo passo dell’opera di Rosso:

«Mi vien voglia d’andar leggendo tutte le insegne, tutti gli annunzi, tutta la réclame, le ordinanze municipali, i manifesti: qui ci fu un barbiere, qui il tal dei tali vendette libri, lì un mercante sarto vestì uomini in quantità, a quel cantone al primo piano il dottor Tale cavò migliaia di denti, a mano destra ogni pomeriggio le signore salirono a prendere il tè. Chi se ne ricorda più? Tutto è passato, tutto è finito. Adesso sono tutti morti. Le finestre sono serrate, l’ombra dei palazzi svanisce nel buio della notte».

Sono tutte parole originali di Rosso di San Secondo che evocano il ricordo delle vie di Bergamo percorse dai camion dell’esercito il 18 marzo del 2020; immagini che si sono indelebilmente impresse nella nostra memoria e che ci porteremo dietro per anni, soprattutto nei primi tempi del nostro ritorno a una vita quasi normale.

Il protagonista, che rimane anonimo come nel romanzo, dopo aver lungamente vegliato la moglie morente, vorrebbe buttarsi dal parapetto, quando ha d’un tratto una sorta di visione: vede gli spettatori, dall’altra parte della quarta parete, il suo parapetto diviene il boccascena, il suo mondo è il mondo del pubblico, il teatro diviene metateatro, un luogo d’incontro in cui il protagonista può rivolgersi agli spettatori, vi dialoga, si rivolge loro occhi negli occhi, come fantasmi della propria mente:

«Scappate, scappate da tutti i lati inseguiti dal vostro demonio, che invisibile vi tocca quei vostri insanguinati nervi nudi tesi come corde di chitarra, il maledetto dito del diavolo vi tocca, sgambettate, vi dimenate, vi grattate, cercate di ricomporvi, di dar delle ragioni ideali al vibrare della vostra chitarra, toccata dal diavolo».

La scrittura di Rosso di San Secondo sembra già pronta per farsi drammaturgia, si offre ad Oliva e Manni nel suo immaginario potente e visionario, con i tratti allucinati e la lingua così originale, ricercata e speciale, la letteratura trionfa attraverso la possibilità̀ delle parole di risuonare sul palco e toccare il cuore degli spettatori.

Lo spettacolo diventa il flusso di coscienza del personaggio che, dopo essersi rivolto al pubblico in cerca di solidarietà, decide di raccontare la storia del suo innamoramento per Betty e la successiva degenerazione del rapporto fino alla malattia di lei.

Lo scorrere degli eventi viene ad un tratto interrotto dalle note allucinate e scanzonate del carretto di Pepita. Seguiamo così il protagonista nella sua folle fuga, nel suo inseguimento della passione e della chimera di una vita avventurosa. Ma tutto si scioglie come neve al sole, in un battito di ciglia.

Il monologo dell’attore, solo sulla scena, circondato da immagini espressionisticamente deformate, con una bambola a rappresentare la moglie ormai morta, pare essere il modo migliore per portare in scena il flusso di coscienza del romanzo, in cui gli altri personaggi non esistono in quanto tali ma solo come proiezioni distorte della coscienza malata del protagonista.

Suoni, rumori, allucinazioni e un corpo che si aggira nello spazio in cerca di qualcuno con cui relazionarsi: lo scopo primo dello spettacolo è di restituire questa inquietudine esistenziale raccontata magistralmente da Rosso di San Secondo, attuando una politica di conservativismo linguistico che si piega soltanto di fronte ad inevitabili tagli drammaturgici.

L’ADATTAMENTO

L’adattamento si sviluppa soprattutto a partire dalla seconda parte del romanzo, in cui emerge l’amore malato e sfortunato per una Betty idealizzata, mai realmente assaporata dal protagonista nella sua fisicità, relegando questo sentimento ad un livello platonico, freddo e razionale, necessario per un’elevazione spirituale.

Questa strumentalizzazione del sentimento è come se riversasse tuttavia su Betty il lato oscuro del protagonista, portandola a consumarsi prematuramente. Tutto sembra così avviato ad una stanca rassegnazione quando, l’inaspettato arrivo di Pepita, accende di vivo fuoco l’anima del protagonista, che rinvigorito e travolto, trova nuova energia per buttarsi a capofitto nella vita.

Al centro della drammaturgia è, quindi, il conflitto tra due modi diversi di amare, l’incomunicabilità̀ tra esseri umani e quella struggente solitudine, sublimata nell’umorismo tipico di Rosso, che costituisce l’anima del romanzo e ne fa un capolavoro.

Il titolo riprende uno dei capitoli centrali del romanzo, nel quale il protagonista afferma: «[…] uscii per le strade, a considerar con occhi nuovi l’umanità. In verità tutto m’apparve perverso, nero di peccato: scorsi ovunque i segni di una infernale macchinazione.»

La scelta del monologo risulta funzionale ad accompagnare il pubblico in un sogno ad occhi aperti, in un’allucinazione ossessiva che consente di indagare dentro le nostre paure, i nostri desideri e la nostra voglia, spesso repressa, di libertà.

LA SCENA E I COSTUMI

La scelta di una scenografia evocativa è volta ad esaltare lo spazio interiore della mente del protagonista secondo l’immaginario espressionista di Munch ed Ensor, Schiele e Kokoschka, ideale che si presta perfettamente come correlativo oggettivo delle meravigliose parole di Rosso di San Secondo.

Un tema caro a Rosso è inoltre quello delle ombre, viste come proiezione del lato oscuro degli uomini, inquietanti protuberanze dell’essere, che divengono entità inscindibili da noi stessi, ci seguono sempre e non ci abbandonano mai.

In teatro l’ombra diventa un’apparizione evocativa e potente, interlocutrice che può diventare enorme o scomparire, a seconda di come la luce entra a scavare dal buio le forme sulla scena.

«Queste ombre m’inchiodano, mi paralizzano, esigono ad ogni costo la mia salute: ogni qual volta starò per varcare la soglia del buonsenso esse compariranno, fantasmi implacabili a contrastarmi il passo. Sono in un carcere o in un ospedale?»

Ed ecco che l’ombra diventa il nemico da combattere, lo spettro della propria interiorità irrisolta.

Il mondo dell’Espressionismo, cui si vuol fare riferimento nel monologo, è popolato di ombre: immaginiamo una scena vuota, un fondale che evochi la distorsione espressionista in modo che il protagonista sia immerso in un’allucinazione visiva in cui i contorni della realtà sono evanescenti, il piano interiore si confonde con quello esteriore ed anche il pubblico entra a far parte di questa grande visione onirica.

Come unico elemento scenico c’è il letto dove è adagiata, sotto una bianca coperta, Betty, che si scoprirà poi essere un fantoccio inanimato, una bambola espressionista, anch’essa proiezione allucinata del protagonista.